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Alessandro Manzoni

Ultima modifica 29 gennaio 2018

Nel 1792 Giulia Manzoni Beccaria si era separata dal marito Pietro ed aveva conosciuto il Conte Giovanni Carlo Imbonati, col quale era andata dapprima in Inghilterra e poi a Parigi.
La villa degli Imbonati a Brusuglio, un antico edificio della fine del 1600, venne lasciata così in eredità a Giulia dal Conte Carlo all'atto della sua morte avvenuta nel 1805.
Poco prima della sua morte Carlo aveva scritto ad Alessandro invitandolo a Parigi. 
Alessandro non si fece ripetere due volte l'invito perché Parigi, anche allora, era pur sempre una meta di sogno per un giovane soprattutto per il fasto della corte imperiale, per la pienezza di vita mondana ed anche per l'ineguagliabile cultura.
Ma proprio quando si accingeva a partire giunse la triste notizia che il 15 marzo 1805 Carlo Imbonati era morto: la sua salma imbalsamata era stata provvisoriamente deposta nel giardino della Contessa Condorcet, l'amica di Fauriel, nell'attesa di poter essere trasportata in Italia e precisamente nella villa di Brusuglio.

Così fu: la salma fu trasportata in Italia e deposta nel giardino di Brusuglio dove venne eretto un sepolcro, una specie di tempietto classico nella cripta del quale si discendeva per una scala a chiocciola. 
Quel tempietto funebre si distingueva per armonia e semplicità d'architettura, e il pittore Giuseppe Bossi lo aveva ornato con motivi di medaglie e lunette in chiaro e scuro.
Un viale di cipressi portava al tempietto, che però non sappiamo in quale parte del giardino si trovasse esattamente: fino al 1821 risultano spese fatte per la sua manutenzione o per piantagione di alberi intorno allo stesso, dopo non si sa più nulla.
Successivamente il tempietto pagano venne demolito e la salma dell'Imbonati traslata nel cimitero del paese, come testimonia il Pecchio, amico del Manzoni e parroco di Brusuglio.
Crediamo leggenda la notizia data dal Petrocchi nel suo volumetto "La giovinezza del Manzoni" che il tempietto fosse stato trasformato in "pollaio": non pensiamo proprio che a tanto potesse giungere il corretto animo del Manzoni, ne' il Petrocchi accenna a quale fonte abbia attinta la strana notizia.

Anni or sono nei lavori eseguiti alla vasca prospiciente la Villa, furono trovati frammenti di una lapide in onore dell'Imbonati (oggi murata nel portico a destraentrando nella villa, che dà verso il giardino).
La lapide integrata dovrebbe dire pressappoco così: "A Dio Ottimo Massimo ed ai Mani del Conte Carlo Imbonati piissimo Giulia figlia di Cesare Beccaria e le sorelle mestissime, questo segno d'amore posero".
L'epigrafe sarebbe nello stile della Beccaria, se è vero che anche nella lapide tombale essa voleva che il figlio mettesse "Giulia figlia di Cesare Beccaria madre di Alesandro Manzoni" e non aveva tutti i torti perché non so quale altra donna possa vantarsi di essere figlia di grande e madre di grande.
Il figlio però non la accontentò e la croce nel cimitero di Brusuglio porta alla sua base una piccola lapide con la semplice dicitura Giulia Manzoni Beccaria 1763/1841.
A Parigi, nel 1810, il Manzoni si converte alla fede e ritornato a Milano con la moglie Enrichetta, la figlia Giulietta e la madre Giulia, vissero a lungo nella Villa di Brusuglio, non solo nel periodo estivo, facendo di tale dimora il luogo del suo riposo, della sua meditazione, dell'intimità e dei convegni con gli amici.
A Brusuglio Enrichetta neo-convertita proseguirà le istruzioni religiose che aveva cominciato a Parigi, prima dell'abiura, con l'abate Eustachi Degola che per istruirla verrà a Milano e diventerà il consigliere e il direttore spirituale di tutta la famiglia, compreso il "fiero Alessandro".
A Brusuglio, forse nella chiesa Parrocchiale (che però non è l'attuale), Enrichetta ricevette la Santa Cresima da Monsignor Bonsignori, Vescovo di Faenza, e, quasi certamente nella cappelletta della Villa, si accostò per la prima volta alla Santa Comunione; ella ne scriverà esultante all'abate Degola a Genova.

"La bella villa di Brusuglio ove coltivare per ispasso" dice il Carducci ricordando la passione del Manzoni per l'agricoltura: passione però in un primo tempo un po’ "en touriste", nel senso che dilettava non soltanto di coltivazioni proficue o redditizie, ma solo "interessanti": così è noto che vi coltivò il cotone (nel museo Manzoniano c'è una pianta con i bioccoli ancora attaccati ai ramoscelli) ottenendo più un risultato di pazienza che non un esempio fattivo di nuova coltivazione ed in una sua lettera scrive al Grossi di avere bevuta "una tazza di caffè coltivato nel suo giardino".
E' tradizione che fu il Manzoni ad introdurre in Italia cominciando proprio dal suo possesso di Brusuglio, la robinia pseudo-acacia, oggi largamente diffusa e chiamata volgarmente robinia.
Brusuglio gli dava la frutta, buone pesche, albicocche e susine, che inviava qualche volta agli amici, il Grossi e il Rossari, ed anche ai malati della Cà Granda.
Ed era proprio li che iniziò la coltura dei bachi da seta che erano allora intensamente coltivati nel milanese. Questo dopo che lo zio Giulio Beccaria lo aveva consigliato a fare piantagioni redditizie, specie di gelso.